The Chinese Mayor
Film documentario di Zhou Hao
anno 2015 durata 86’
di Fabio Smolari
Film di Zhou Hao 周浩 presentato al Festival di Internazionale di Ferrara lo scorso 3 ottobre è un formidabile documentario su di una realtà della Cina contemporanea. L’autore iniziò come fotoreporter per la Xinhua, maggiore agenzia d’informazione cinese, per poi passare a servizi giornalistici d’inchiesta e a documentari sulla Cina di oggi.
In un’intervista rilasciata a James Mudge della rivista Asia Movie News nel 2012, Zhou Hao spiega come in Cina oggi sia incredibilmente più libero il regista di documentari che di fiction. Probabilmente per i numeri più ristretti di pubblico, il documentario, anche quando appare molto più duro del romanzo, ha maggiori spazi di azione.

Alla specifica domanda se abbia mai avuto problemi con la polizia, Zhou Hao risponde che la Cina è meno terribile di quel che normalmente si crede.

JM: Quite a few of your recent films deal with controversial subjects such as the police and corrupt politicians – have you run into any trouble with the authorities as a result?

ZH: I am fine so far. I am very careful about how far I go. Actually, China is not as scary as you imagined, we have enough room to do what we want.
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la locandina del docufilm “The Chinese Mayor” di Zhou Hao, Cina, 2015
E proprio questa è la prima forte impressione che lascia il suo bellissimo documentario “The Chinese Mayor”, storia di Geng Yanbo 耿彦 波, sindaco di Datong 大同 (Shanxi山西settentrionale) dal 2008 al 2015. Quasi due anni di pedinamento da parte del regista che tratteggia con straordinario ritmo filmico un forte e realistico ritratto dell’infaticabile sindaco-costruttore, un personaggio ossessionato da una fretta e da una determinazione che paiono a volte rasentare l’eroismo a volte la psicosi di un dittatore, ma che si rivelano infine un calcolo lucido e razionale che trova piena giustificazione in un fatto da tutti inatteso: il suo improvviso trasferimento ad altro incarico. foto02
Il quarantasettenne regista Zhou Hao durante una conferenza stampa.
L’opera apre diversi spunti di riflessione, soprattutto per chi come me a Datong c’è stato proprio durante il governo del super-sindaco. Ciò che ho visto l’ho rivisto e compreso nel film. Una città sta sorgendo nuova e il progetto di Geng Yanbo è di trasformare in pochi anni Datong in “una delle più antiche città della Cina!” Una frase che ci fa sorridere eppure è vera ed è la Cina. foto03
una via centrale di Datong, settembre 2011, foto Fabio Smolari
Gli antichi templi di Datong sono stati già tutti restaurati, le mura completamente ricostruite, piazze e strade, tutto nuovo di zecca. Molti si chiederanno che ne è stato della vecchia città, perché creare un falso antico distruggendo un vero vecchio? Perché i cinesi non conservano? Perché cancellare e rifare? Beh si potrebbe parlare a lungo di questo tema. Innanzitutto è vero che il restauro cinese è fortemente ricostruttivo, ma è bene ricordare che anche nell’attentissima Italia il recupero edilizio ancora oggi si dibatte tra anime conservative e ricostruttive. Della città antica di Datong, a parte i templi, probabilmente poco è giunto sino al super-sindaco attraverso gli anni della grande industrializzazione che fecero della città un dormitorio operaio. foto04
Il sindaco Geng Yanbo al telefono, davanti a lui Feng Lixiang segretario del Partito Comunista di Datong
Appena eletto Geng Yanbo inaugurò nel 2008 il progetto di abbattere le baracche in mattoni e le palazzine del dopoguerra dislocando ben 500.000 abitanti, quasi un terzo dell’intera popolazione urbana, ricostruendo ex-novo l’intera cinta muraria d’epoca Qing, viali, strade, palazzi, piazze…insomma una città da 1.700.000 abitanti. E la città è tutta un cantiere, scavi, buchi, fossi, gru, camion in mezzo a gente che si arrampica per uscire dalle baracche parzialmente sepolte dalle macerie, mentre all’orizzonte sorge il nuovo skyline di grattacieli. foto05
Le brand-new antiche mura di Datong!
Ma questo è il destino di tutte le città cinesi, non solo di Datong e il sindaco-ingegnere Geng Yanbo non è poi così diverso dai suoi colleghi e non è diverso nemmeno da tanti sindaci italiani degli anni ’50 e ’60 e ’70.

Il suo progetto ha tuttavia un che di faraonico e visionario che pare incoerente con l’epoca attuale ma degno di un Alessandro Magno o di un nuovo imperatore cinese: trasformare la città da capitale del carbone a capitale della cultura! E di cultura – nonostante gli anni di industria pesante – Datong ne ha ancora tanta. Presso la grande muraglia, al confine con la steppa mongola, Datong segnava l’ultimo avamposto settentrionale tra i cavalieri nomadi e Pechino. Fiorente centro buddista sotto i Beiwei, dinastia di origine turco-mongola, ancora oggi conserva alcune tra le più antiche e significative sculture rupestri cinesi, le grotte di Yungang. Fuori città sorge il monte sacro Hengshan, uno dei cinque monti sacri cinesi coi suoi templi taoisti e il “monastero sospeso nella roccia”, classico sincretismo buddo-taoista. In città alcuni antichi templi con edifici di epoca Liao conservano sculture Ming ed affreschi d’epoca Qing.
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vie di Datong, settembre 2011, foto Fabio Smolari