Misteri d'Italia: il cinema orientale
Mi sono spesso chiesto come mai, proprio in un momento di eccezionale vitalità e qualità di tutto il cinema asiatico, nelle sale italiane non passi mai nulla o quasi. I titoli li contiamo sulle dita dei una mano: La tigre e il dragone, Hero, la foresta dei pugnali volanti, la città proibita, la battaglia dei tre regni: 5 film cinesi in 5 anni, quasi tutti di Zhang Yimou e che pare abbiano suscitato neppure grande entusiasmo tra l'italico pubblico. Di coreano e giapponese qualche horror e poco più, di altre nazioni...nulla!

Eppure un tempo non era così. Dall'estero arrivava molta più roba, alle volte anche di scarsa qualità, ma almeno c'era. Il cinema era un modo per “conoscere” il resto del mondo, la mia prima cultura di Cina e Giappone me la sono fatta proprio con film, telefilm e cartoni animati. Mi viene allora da pensare che dietro questa deserto vi sia, oltre che un evidente ragione commerciale, anche un certo razzismo culturale, che ben si sposa con l'instupidemento generale e con il vento razzista che da un po' di tempo soffia sempre più forte sul nostro Bel Paese. Così m'è sorta la curiosità di capirci qualcosa di più ed ho fatto un po' di ricerca.

I risultati confermano e spiegano logiche supposizioni. Nel mercato attuale del cinema in Italia oltre il 40% è occupato dai film USA, oltre 30% da quelli italiani, 20% è la quota del resto del mondo (soprattutto Europa). La percentuale annuale di film extraeuropei è di appena l'1%. Per quanto riguarda gli incassi, i film USA si pappano un bel 60%, quelli italiani il 30%, gli altri le briciole (dati www.cineconomy.com).
Quindi si può dedurre che al pubblico italiano piacciano i film americani e italiani, non gli altri. Giusto? Non proprio, perché?
Perché i gusti sono anche indotti: se esiste solo un prodotto la gente non potrà acquistarne altri, ma anche se esistono vari prodotti però solo uno è omnipresente, oltremodo sostenuto da una pubblicità martellante, il risultato sarà lo stesso.

I maggiori proprietari di multisala in Italia sono: Warner Bros, UCI e Medusa, ma la Warner è stata acquistata tre anni fa da Medusa (Silvio Berlusconi) che quindi è oggi il maggior proprietario di sale in Italia, seguito da UCI, che è emanazione diretta delle Big Six, cioè le majors americane.

Con “majors” si indicano le più grandi case di produzione e distribuzione cinematografica degli USA. Siccome inizialmente erano 6, furono dette Big Six – le “grandi 6”. Oggi sono: Warner Bros, Paramount, Columbia, 20th Century Fox, Walt Disney, Universal con l'aggiunta della Dream Work e l'uscita di scena della fallita Metro Goldwyn Mayer.
Queste majors sono consociate nella MPAA (Motion Picture Association of America), associazione di categoria che ne difende gli interessi, che sono notevoli in quanto coprono il 90% della produzione e distribuzione del cinema in tutto il Nord America, tant'è che ogni casa non facente parte di questo "club" è definita "indie", cioè "independent" - casa di produzione indipendente - il che la dice lunga.

Ma se il mercato americano è un colosso di Rodi, quello europeo non è certo un nanetto di Biancaneve! Bastano 5 paesi in Europa, i cosiddetti Big Five: Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Spagna per costituire un mercato che rende alle majors un'altra bella fetta di torta, con una popolazione superiore a quella degli USA.
E che le majors si coltivino con cura il mercato europeo lo si deduce dai loro investimenti nella distribuzione e nell'apertura di multisala, un business che parrebbe rendere bene nonostante la crisi del cinema. Oltremodo non dimentichiamo che le stesse majors hanno in mano anche il mercato dell'homevideo, quindi ciò che non incassano da una parte lo incassano dall'altra.

Ecco perché hanno tutto l'interesse a promuovere i loro prodotti "ostacolando" quelli della concorrenza, in che modo? Non distribuendoli, ad esempio. I singoli distributori dei vari paesi potrebbero acquistare i film in giro per il mondo, nessuno glielo vieta, e un po' lo fanno pure, ma in modo sporadico e limitato, perché?

Perché tradurre e doppiare film è un costo aggiuntivo e perché serve un gran numero di pellicole per distribuire in contemporanea su tutto il territorio nazionale: in sostanza hanno paura di non realizzare sufficienti guadagni schiacciati dal potere di merchandising delle solite majors.
Risulta pertanto molto più comodo appoggiarsi a loro, che hanno già prodotti confezionati in grande quantità e che te li portano direttamente a casa promettendoti guadagni sicuri – cosa che in verità non sempre avviene, ma in genere sì.

Per quanto riguarda il cinema italiano, su 50 case di produzione, le più "ricche" sono: 01 Distribution (cioè RAI), Medusa (indovina?), Filmauro (De Laurentis).
Le case che "osano" importare film da festival o da altri paesi, lo fanno spesso senza chiudere la porta agli yankees, altrimenti rischiano di non fare abbastanza incassi, i nomi sono noti: Lucky Red, BIM, Fandango, Mikado, ecc.

Zhang Yimou ad esempio ha un contratto personale con la Mikado per la distribuzione in Europa, e i suoi ultimi film (Hero, la foresta dei pugnali volanti, la città proibita) furono fatti già pensando al mercato occidentale, tant'è che i cinesi non gli risparmiarono critiche. La Tigre e il Dragone era invece una coproduzione americana. Anche in questo caso Ang Lee fece l'occhiolino al West e si prese qualche criticozzo ad Oriente.

Insomma, anche nel mondo del cinema l'Italia mette a nudo la sua condizione di debolezza economica e sudditanza verso le altre potenze, nonché la sua profonda crisi culturale e imprenditoriale.
Non esistono imprenditori cinematografici abbastanza forti per osare un mercato controcorrente e il pubblico continua a premiare scoregge, rutti e tette a Natale. Lo stesso Quentin Tarantino ha definito il cinema italiano degli ultimi 20 anni...deprimente!

A questo io ci aggiungerei un po' di razzismo culturale, magari anche un po' inconsapevole ed inconscio, neppure un'avversione ma una totale indifferenza rispetto altri temi, altri popoli e altri generi che non siano la commedia sentimentale e la battutina comprensibile anche ai più ignoranti, magari perché è stata usata almeno 20 volte, così anche i più dementi possono ridere!
La prova più evidente di ciò, se ce ne fosse bisogno – l'abbiamo dai risultati dell'ultimo festival di Cannes. Chi ha vinto? Un tailandese, miglior sceneggiatura? Un coreano! Il presidente di giuria era un cretino di nome Tim Burton, ma la stampa italiana di che ha parlato? Di Elio Germano e degli altri film americani o “bianchi”, anche se non hanno vinto nulla.

Anche il cinema, come la politica, è un limpido specchio dei tempi e della società che stiamo vivendo...senza voler toglier nulla al poter dissacrante delle onorevolissime scoregge e a quello consolatorio di onorevolissime chiappe e tette di stagione, non mi dispiacerebbe assistere anche ad un'inversione di tendenza....utopia!

lastampa.it: Cannes

by White Snake
01.12.10