Quanti errori ci portiamo dietro?
La buona regola vorrebbe che fossero sempre i competenti a parlare, quando in verità, la passione e l’impeto, portano all’esternazione di semplici amanti o praticanti non necessariamente titolati.
Ciò è particolarmente vero nel nostro settore, quello delle arti marziali e delle tecniche del corpo orientali. Diciamocelo chiaramente: chi di noi può considerarsi un vero esperto? Siamo tutti appassionati praticanti con livelli differenziati di conoscenza ed abilità. Differenze anche molto sensibili che vanno dalle soglie dell’ignoranza a discrete competenze e sedimentate esperienze. In alcuni casi la competenza di alcuni praticanti italiani è sicuramente più alta di quella di “colleghi cinesi”, così come vi sono cinesi assai più competenti ed abili nel gioco del calcio di molti italiani, ad esempio del sottoscritto, che è un vero ignorante calcistico.
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Ferrara 2007 il maestro Zhu Tiancai corregge la postura di un allievo

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Ferrara 2007 Fabio Smolari traduce le spiegazioni del maestro Zhu Tiancai

Eppure coi maestri lontani e noi vicini, loro cinesi e noi italiani, è ormai prassi consolidata che, con una malcelata nota di protagonismo e vanità, ci si faccia interpreti del loro pensiero e ci si autonomini ambasciatori e rappresentanti della loro disciplina nel mondo.

Ovviamente i maestri lasciano fare, sia perché non possono fare altrimenti, sia perché hanno una convenienza nella diffusione della disciplina e della loro immagine, sia perché esistono innegabili barriere linguistiche che non consentono una comunicazione chiara e diretta tra le parti.
Il problema linguistico è uno scoglio immenso alla corretta diffusione dei principi delle arti marziali cinesi. L’Occidente continua a soffrire da decenni degli errori commessi dai “pionieri” della “mediazione marziale”. Generazioni di allievi, maestri ed interpreti hanno detto e scritto cose, alle volte terrificanti, che sono state successivamente ed inevitabilmente diffuse. Mossi magari dalla sincera volontà di far del bene, cioè di insegnare e di spiegare, hanno è spesso generato errori di comprensione e di termini che anziché facilitare le cose le hanno rese più difficili.

Fior fiore di interpreti si arenano alla prima parola specifica di arti marziali. Ricordo una povera ragazza chiamata a tradurre una pubblica conferenza del maestro Chen Xiaowang a Ferrara che alla parola zhanzhuang andò subito in crisi, e più il maestro cercava di chiarirgliela, più la poverina affondava nelle sabbie mobili, finché lasciò il palco in lacrime. Ovvio! Non conosceva nulla del taijiquan, cosa poteva sapere del zhanzhuang? Ma c’è anche un’altra strada, un’operazione per certi versi ancor più perversa, cioè quella di suggerire agli “interpreti” i termini che questi non conoscono, con il risultato che l’interpretariato fila liscio, ma perpetua errori di contenuto commessi da predecessori.

quantierrori03 Rovigo 2007. Il maestro Zhu Tiancai spiega i principi del taijiquan

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Ferrara 2007, le allieve del maestro Zhu Tiancai seguono attente le spiegazioni del maestro

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Rovigo 2007, il maestro Zhu Tiancai insegna il tuishou
Un esempio di ciò avvenne in occasione di una stage di Zhu Tiancai a Milano, tradotto da una bravissima ragazza cinese che però continuò a definire peng “parata”, chansigong “esercizi del bozzolo di seta” e molte altre bestialità simili, neppure lei conosceva il taijiquan e chi la imbeccava lo faceva con un mangime già predigerito. Risultato: un grande maestro chiaro e preciso nella spiegazione, s’è trovato suo malgrado a fornire un prodotto quasi uguale a quello di mille altri mediocri “pasticceri del Taiji”.

Ora, lungi da me l’idea di salire in cattedra e fare il professore, di errori ne ho fatti tanti e ahimè continuerò a farne. Quando mi capita di rileggere ciò che scrissi in passato, spesso rabbrividisco e spero che nessuno sia entrato in possesso di quegli scritti.
Però è anche vero che da oltre vent’anni studio il cinese applicato alle arti marziali e forse un paio di consigli posso azzardarli, e ciò a vantaggio di tutti, maestri e praticanti.
Ad esempio: chansigong 缠丝功 non è l’esercizio del bozzolo di seta. Gong 功 significa “esercizio”, si 丝 significa “filo di seta”, chan 缠 significare “avvolgere, torcere”; se vogliamo tradurre chansigong 缠丝功 possiamo dire “filare la seta”, “avvolgere la seta”; è un’immagine popolare usata per definire un esercizio specifico, per fare un esempio in italiano si potrebbe anche dire “mescolare la polenta” o “menare il torrone”, basta intendersi. Parlo ovviamente solo del nome, non della tecnica.

Alle volte invece non è la traduzione ma la spiegazione e la scelta dei vocaboli a ingenerare fraintendimenti, ma qui il lavoro diventa più difficile ed è legato al livello di pratica nella disciplina e alle capacità analitiche e linguistiche; le soluzioni possono essere ovviamente molto diverse.

Io ad esempio preferisco spesso tradurre la parola qi 气 con “forza” anziché “energia”, perché noto che l’uso del termine “energia” in Occidente continua a creare incomprensione.
Allora se parlo “dell’energia che attraversa la schiena”, ognuno può immaginarsi ciò che vuole, ma se parlo “della forza che attraversa la schiena”, a tutti risulta più chiaro. Se parlo “dell’energia che si muove a spirale lungo il corpo”, ognuno è autorizzato a immaginare cose strane, ma se parlo “di una forza di torsione che attraversa il tronco e termina negli arti”, forse sono un po’ più chiaro, anche se magari non ho spiegato tutto esattamente. Se parlo di “un’energia che va all’esterno e si chiama contraria” e una che “va all’interno e si chiama naturale” sinceramente non capisco un benamato piffero, se invece definisco, specificando che si tratta di una convenzione, “la torsione delle braccia verso l’esterno come nichan 逆缠(torsione verso l’esterno)” e dico che questo comporta “un’applicazione della forza dal centro all’esterno”, e di conseguenza definisco “shunchan 顺缠 la torsione verso l’interno” e dico che ciò comporta “un’applicazione della forza dall’esterno verso il centro”, e magari lo faccio anche vedere fisicamente, questo mi chiarisce molti aspetti, per quanto sia vero che le parole shun 顺 e ni 逆 significano “naturale” e “contrario”.
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Bondeno (FE) 2007. Il maestro Zhu Tiancai spiega unìapplicazione

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Firenze 2006. Il maestro Zhu Tiancai insegna il tuishou ad un’allieva

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Ferrara 2007. Il maestro Zhu Tiancai applica una leva sull’allieva
E si può anche provare a spiegare perché i maestri di taijiquan abbiano scelto questi termini, l’avranno fatto osservando l’anatomia umana e individuando nel movimento “naturale” quello verso il corpo (caduta delle braccia) e “contrario” quello contrario, cioè di allontanamento delle braccia dal corpo. Si tratta però, in questo caso, di una definizione squisitamente tecnica che deve essere capita esattamente. Chi parla deve anche fare lo sforzo di capire il senso dei termini, non solo tradurli. Ma soprattutto chi insegna dovrebbe rivedere di tanto in tanto il suo vocabolario terminologico e capire se è adeguato o se presenta errori correggibili. Dal momento che nessuno è esente da errori, un sano tentativo di correzione sarebbe quantomeno uno sforzo apprezzabile.

by White Snake
20.03.09