Fitness versus Taiji
Il mondo dell’attività fisica ha conosciuto negli ultimi vent’anni radicali trasformazioni. Il fenomeno “fitness” ad esempio fino a poco tempo fa non esisteva. Verso la fine degli anni ’60 ma soprattutto durante gli anni ’70, comparvero in Italia nuove discipline, spesso di estera provenienza, tese principalmente a soddisfare un desiderio personale di pratica individuale, originale e magari un po’ “fuori dalla massa”. E’ in quest’ottica che si sono diffuse le arti marziali e altre discipline orientali.

La comparsa vent’anni fa del “fitness” e delle palestre commerciali ha nuovamente modificato abitudini e mode del pubblico. Oggi l’offerta è davvero straordinaria ed assomiglia sempre più al modello Centro Commerciale: di tutto e di più.

Questa situazione pone però dei quesiti. Non necessariamente ciò che è utile alla palestra lo è anche all’utente, esattamente come i prodotti del supermercato non è affatto detto siano i migliori e tantomeno ai prezzi più basso. A molti sarà capitato di vedere ottimi prodotti scomparire dagli scaffali, e non necessariamente per scarsa vendita. Le logiche del profitto portano a scelte di strategia commerciale nelle quali la soddisfazione del singolo utente è sacrificata al gioco dei grandi numeri. In questo meccanismo la grande offerta è solo uno specchio per le allodole; per vendere molto bisogna offrire molto, o perlomeno dare l’impressione che ci sia molto. Tutto deve cambiare in fretta ed essere consumato in fretta per consentire rapidamente nuovo consumo.

Questo discorso vale anche per le attività fisiche: veloce deve essere il consumo e il rinnovamento, se non nella sostanza almeno nella forma, perché tutto il resto è noia – scusate ma la citazione popolare ci cascava bene!

Ed è qui che parte il lamento del maestro di Taiji. Ci sono infatti cose che non sono nate per essere consumate in fretta. Le nostre discipline sono frutto di una tradizione antica, di un mondo che aveva tempi ed esigenze molto diverse da quelle attuali. Ciò non significa che non ci siano stati adattamenti, anzi, ce ne sono stati tantissimi ed è solo grazie a questi che le discipline cinesi continuano ad essere praticate, anche e soprattutto in Occidente. Ma negli ultimi anni ho notato uno scollamento tra il potenziale interesse suscitato dalla curiosità e dalla consapevolezza di trovarsi di fronte ad un qualcosa di davvero valido, utile e interessante, e la realtà dell’apprendimento. E’ mia personalissima opinione che l’ansia da consumismo sia profondamente penetrata nel carattere dell’uomo moderno e questo renda tutti insofferenti ed eternamente insoddisfatti. I risultati devono esserci subito e soprattutto non si deve far nulla per ottenerli, come quando si acquista un piatto surgelato al supermercato: unico sforzo richiesto, pagare, portare a casa e buttare nel microonde.

Ma nelle discipline del corpo è ovvio che non possa essere così. Il corpo deve essere educato, allenato, “forgiato” come dicono i cinesi, e ciò è possibile solo grazie all’impegno, alla dedizione, allo sforzo, al tempo, alla pazienza, all’intelligenza, al comprendonio – facoltà oggi dimenticata eppure tanto utile.
Non credo che i metodi pedagogici, adottati da me e dai miei colleghi, costituiscano generalmente un ostacolo all’apprendimento, così come non ritengo che le difficoltà tecniche, pur indubbiamente presenti, siano un giustificabile deterrente. Penso che non vi sia nulla che impedisca una persona normale, magari neppure tanto giovane, di confrontarsi in modo appagante e gioioso con discipline come il wushu, il taijiquan o il qigong, e davanti agli occhi ho molti esempi felici.

Eppure noto che la media di frequenza delle lezioni è bruscamente crollata negli ultimi anni, anche tra coloro che si trovano a proprio agio sia con la tecnica che nel gruppo.
Seminare, irrigare, fertilizzare, attendere la maturazione del raccolto ed andarsene al momento della mietitura non è forse un gran peccato!
E’ chiaro che nel mondo moderno discipline come le arti marziali cinesi e il qigong si rivolgono ad un pubblico di nicchia, ma è sempre stato così, anche in passato, anzi in passato la nicchia erano ancor più piccola.
Ma ciò non è detto sia un male. Da un certo punto di vista una ridotta partecipazione può mettere a rischio l’economia dei corsi, ma per i praticanti i vantaggi sono indubbiamente considerevoli. Migliori condizioni di studio, contatti diretti e profondi con gli insegnati e i compagni, possibilità di scambi più intensi e proficui.

Tutto sommato, cambiando punto d’osservazione, è facile osservare che il pubblico del fitness è assai diverso dal nostro, diverse esigenze, e soprattutto diverso atteggiamento. Quindi sarebbe bene puntare su questa diversità, affinché ognuno abbia ciò che cerca. Certo è che il confronto è impari, non abbiamo la forza mediatica del fitness, siamo poco visibili e poco “modaioli”. Il vero rischio è che il nostro pubblico… non ci trovi!

by White Snake
04.09.08